9 lug 2026 ⋅ 5 min di lettura Peter Dunk

Antibiotico-resistenza: perché l'Italia è tra i peggiori in Europa

Antibiotico-resistenza: perché l'Italia è tra i peggiori in Europa

Ogni inverno le farmacie italiane vendono più antibiotici della media europea, e da tempo l'Istituto Superiore di Sanità segnala che i batteri responsabili di infezioni comuni rispondono sempre meno a quegli stessi farmaci. Le due cose non sono una coincidenza: sono la stessa storia raccontata da due angolazioni diverse. Questo articolo spiega perché l'Italia si trova in questa posizione, cosa può fare davvero un antibiotico, cosa non può fare, e perché il modo in cui li si usa — non solo il fatto di usarli — determina quanto a lungo continueranno a funzionare.

In sintesi

  • L'Italia è tra i paesi europei con i tassi più alti di antibiotico-resistenza e di consumo di antibiotici: le due classifiche si somigliano perché sono collegate.
  • Gli antibiotici agiscono sui batteri. Raffreddore e influenza sono infezioni virali: un antibiotico non le accorcia e non ne allevia i sintomi.
  • Usarli quando non servono — o interrompere la cura a metà, o riprendere un avanzo per un sintomo simile — è esattamente il comportamento che seleziona i batteri resistenti.
  • La resistenza non è un problema astratto: rende più difficili da curare infezioni oggi banali, ed è per questo che ISS e AIFA la trattano come una priorità di sanità pubblica (Piano Nazionale di Contrasto all'Antibiotico-Resistenza, PNCAR).
  • La regola pratica è semplice: solo su indicazione medica, alla dose e per la durata prescritte; niente conservare né condividere gli avanzi.

Perché si parla di Italia "tra i peggiori" in Europa

Perché i dati sorvegliati a livello europeo mettono l'Italia stabilmente tra i paesi con i valori più alti sia di consumo di antibiotici sia di resistenza batterica. Non sono due problemi separati che capitano di coincidere nello stesso paese: più un antibiotico viene usato in una popolazione — anche quando non è necessario — più aumentano le occasioni per i batteri di incontrarlo, sopravvivergli e trasmettere quella capacità di sopravvivenza ad altri batteri. Il consumo alto è il motore; la resistenza alta è il risultato che se ne osserva dopo. Il Ministero della Salute e l'ISS seguono questo fenomeno da anni proprio perché la traiettoria italiana non migliora da sola: richiede un cambio di comportamento diffuso, non solo interventi ospedalieri.

Gli antibiotici curano il raffreddore o l'influenza?

No. Il raffreddore comune e l'influenza sono causati da virus, e gli antibiotici sono progettati per agire su strutture e processi dei batteri, che i virus semplicemente non hanno. Prenderne uno per un raffreddore non accorcia la malattia, non riduce la febbre più di quanto farebbe il tempo o un antipiretico, e non previene le complicazioni in modo affidabile. L'unico effetto misurabile è di esporre la propria flora batterica — quella che convive innocuamente nell'intestino, in gola, sulla pelle — a un farmaco che non serviva, dandole l'occasione di sviluppare resistenza per la prossima volta in cui l'antibiotico servirà davvero.

Questo vale anche quando il muco cambia colore o la tosse dura più di qualche giorno: sono segnali da far valutare a un medico, non un'indicazione automatica che serva un antibiotico. Solo un professionista sanitario può stabilire se dietro ai sintomi c'è una sovrainfezione batterica che lo giustifica.

Perché interrompere la cura prima del tempo è un problema

Perché lascia in vita proprio i batteri più difficili da eliminare. Una cura antibiotica è calibrata per abbattere la popolazione batterica fino a un livello che il sistema immunitario può gestire da solo, ed è scritta per durare quanto basta a farlo. Se i sintomi migliorano al terzo giorno su una prescrizione di sette, i batteri più sensibili sono già stati eliminati: quelli rimasti sono, per definizione, quelli che hanno retto meglio al farmaco. Fermarsi lì dà a questi sopravvissuti campo libero per moltiplicarsi, e la prossima infezione partirà da una popolazione più resistente di quella di partenza.

La stessa logica vale al contrario: prendere un antibiotico "a intermittenza", saltando dosi o allungando gli intervalli di propria iniziativa, espone i batteri a concentrazioni del farmaco troppo basse per ucciderli ma sufficienti a farli allenare a sopravvivergli.

Perché tenere o condividere gli avanzi non è mai una buona idea

Perché un avanzo non è mai la dose né la durata giuste per un'infezione nuova. Un ciclo di antibiotico avanzato in casa da una cura precedente riflette un batterio, un dosaggio e una durata pensati per quell'episodio, non per il sintomo attuale — che potrebbe essere virale, potrebbe richiedere un farmaco diverso, o potrebbe richiedere la stessa molecola ma per un tempo più lungo di quanto resti nella scatola. Usarlo significa quasi sempre sotto-dosare o interrompere troppo presto, i due comportamenti che, come visto sopra, favoriscono la resistenza. Condividerlo con un familiare o un amico aggiunge il rischio di darlo a chi ha un'allergia non nota o un'interazione con altri farmaci che assume.

La regola più semplice resta anche la più efficace: quello che avanza non si conserva per "la prossima volta" e non si passa a nessun altro.

Cosa significa in pratica per chi acquista un antibiotico

Significa seguire esattamente ciò che il medico ha indicato, e nient'altro. In concreto:

  • assumerlo solo su indicazione medica, mai per un sospetto personale che "potrebbe servire";
  • rispettare dose e durata scritte in ricetta, anche se i sintomi migliorano prima della fine;
  • non conservare gli avanzi per un episodio futuro e non condividerli con altre persone;
  • per infezioni respiratorie comuni come raffreddore e influenza, cercare sollievo dai sintomi altrove, non nell'antibiotico.

Su Farmacia Vesuvio i medicinali della categoria antibiotici, inclusa l'amoxicillina, restano farmaci su prescrizione proprio per questo motivo: la decisione su quando e come usarli spetta a chi valuta il quadro clinico, non all'autodiagnosi. Se sta confrontando equivalenti e marche per un farmaco già prescritto, la nostra guida sugli equivalenti in Italia spiega cosa cambia davvero tra una confezione e l'altra.

Perché è un problema di tutti, non solo di chi si ammala

Perché i batteri resistenti non restano confinati a chi ha usato l'antibiotico in modo scorretto. Si diffondono tra le persone come qualsiasi altro batterio, negli ospedali, nelle famiglie, in comunità. Il PNCAR nasce proprio da questa constatazione: una resistenza che cresce oggi in un singolo paziente può, nel tempo, rendere più difficile curare un'infezione comune in qualcun altro, anche in chi non ha mai abusato di antibiotici. È il motivo per cui la sorveglianza è nazionale e coinvolge ISS e AIFA insieme, e per cui un comportamento individuale — finire la cura, non conservare gli avanzi — ha un peso che va oltre la singola persona.

Questa pagina è a scopo informativo e non sostituisce il parere di un medico o di un farmacista che conosca la Sua storia clinica.

Fonti

  1. Antibiotico-resistenza — Piano Nazionale di Contrasto (PNCAR) — Ministero della Salute
Pubblicato il 9 luglio 2026 · Aggiornato il 9 luglio 2026

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